Vocabolario minimo per i praticanti di Aikido

V

A cura del M° Carlo Caprino

Come avviene a tutti i membri di un ambiente specialistico, anche i praticanti di Arti marziali utilizzano tra loro un vocabolario ricco di termini quasi sempre incomprensibili a chi non faccia parte della loro cerchia. Si tratta di termini che spesso hanno etimologie antiche e non di rado significati che nell’ambito specifico divergono non poco da quelli che si intendono nell’uso comune. Si pensi, ad esempio, alla “cavazione” della scherma occidentale o al “gancio” pugilisticom solo per citare due esempi tra i più noti.

Ovviamente i praticanti delle discipline orientali non fanno eccezione, e all’utilizzo di un vocabolario specialistico si aggiunge la peculiarità che i termini utilizzati siano nella lingua del paese di origine dell’Arte stessa, con l’immaginabile sconcerto non solo di chi sia a digiuno di tatami e Dojo, ma anche dei principianti che allo sconcerto causato da prese e proiezioni aggiungono l’incapacità di comprendere la maggior parte delle indicazioni a loro rivolte.

Ad aggiungere una ulteriore carica di turbamento nei meno avvezzi alle lingue orientali, c’è l’impiego di questa modalità comunicativa anche al di fuori dei momenti legati alla pratica praticata, specialmente in occasione di stage, seminari e altri momenti di incontro con praticanti provenienti da Dojo diversi, con cui è quindi usuale salutarsi la mattina appena giunti sul tatami prima della pratica o la sera prima di andare a riposare.

Chiariamo subito che se durante la pratica si usa rivolgersi ai presenti con termini giapponesi di invito e ringraziamento, non si tratta di un vezzoso ammiccamento ad una nipponofilia fine a sé stessa ma la pratica scelta di una lingua comune che permette anche a praticanti provenienti da nazioni diverse di intendersi e comunicare in maniera efficace. L’impiego di una sorta di “esperanto marziale” non è quindi solo un doveroso omaggio alle radici dell’Arte, ma anche un utile ed efficace modo per intendersi aldilà della lingua madre di ciascuno.

Fatta questa lunga ma doverosa premessa, proponiamo di seguito alcuni dei termini più frequentemente impiegati dentro e fuori dal tatami, corredati da una breve spiegazione del come e quando utilizzarli, poiché a volte accade di dire la cosa sbagliata al momento giusto, come accade – ad esempio – quando ci si vuole scusare con un Sensei utilizzando però il termine più adatto verso un kohai!

Onegaeshimasu (お願いします): E’ una richiesta in forma cortese che possiamo tradurre come “Per favore”. Pronunciato all’inizio della pratica in direzione di chi dirige la sessione significa “per favore, insegnami”; pronunciato verso un compagno di pratica significa “per favore, allenati con me”. Può anche essere utilizzata per richiamare l’attenzione dell’insegnante e chiedere un chiarimento.

Sumimasen (済みません – すみません): si può tradurre come “chiedo scusa” ed è utilizzato per scusarsi di un errore nella esecuzione di una tecnica, una incomprensione o in generale per una mancanza. E’ un termine abbastanza educato per chiedere scusa ad una persona di grado più elevato o a un nostro pari grado e può essere utilizzato anche per richiamare l’attenzione di un insegnante prima di chiedere un chiarimento o il permesso di allontanarsi dal tatami.

Gomen nasai (御免なさい): anche questo termine è utilizzato per scusarsi ma a differenza del precedente viene impiegato dall’insegnante o da un praticante di grado elevato per rivolgersi ad un interlocutore di grado inferiore.

Shitsurei shimasu (しつれいします): Ennesimo modo di chiedere scusa, in questo caso in modo educato e formale, da impiegare verso un insegnante o un superiore gerarchico.

Dozo (どうぞ): espressione che potremmo tradurre come  “prego” oppure “per favore”, utilizzata dall’insegnante per invitare gli allievi ad eseguire la tecnica dopo la spiegazione.

Yame (やめ): frase usata dall’insegnante per invitare i praticanti a interrompere la loro azione. Potremmo tradurla come “fermi” o “basta così”.

Kotai (更代): comando  usata dall’insegnante per invitare i praticanti a invertire i rispettivi ruoli. Potremmo tradurla come “cambiate ruolo”.

Dame (駄目): termine che potremmo tradurre come “sbagliato” oppure “non corretto”. Utilizzato dall’insegnante per ammonire un praticante che sta eseguendo la tecnica in maniera imprecisa. Saito Morihiro Shihan era famoso per i suoi tonanti “Zen zen dame!” (全然駄目) che superlativizzavano l’esclamazione e che potremmo tradurre come “è tutto sbagliato!”

Hajime:(始め): pronunciato dall’insegnante, invita i presenti iniziare la pratica. Potremmo tradurla come “cominciate!”.

Owari masu (終わります): pronunciato dall’insegnante, indica il termine della pratica e invita i presenti a disporsi per il saluto finale. Potremmo tradurla come: “finiamo qui”.

Matte (終わります): pronunciato dall’insegnante, comanda agli allievi di interrompere la pratica, solitamente per passare alla spiegazione di una tecnica successiva o per correggere la esecuzione di quella in corso. Potremmo tradurla come: “fermatevi”.

Mawatte (回って): pronunciato dall’insegnante, comanda agli allievi di invertire la direzione del movimento. E’ usato – ad esempio – durante la esecuzione del 4°, 5°, 6° e 7° suburi con il bokken in modo che tutti eseguano la rotazione allo stesso momento, al fine di evitare incidenti o infortuni. Potremmo tradurla come: “giratevi”.

Moikkai (もう一回): Ancora una volta. Come imperativo,  è usato da un insegnante per comandare agli allievi di ripetere un’altra volta l’azione che hanno appena eseguito.  Se si vuole indicare un numero specifico di ripetizioni si premette il termine che indica il numero, ad esempio nikkai = due volte, sankai= tre volte, ecc.

Kiritsu (起立): è l’invito ad alzarsi – pronunciato dopo il saluto all’inizio o al termine della pratica – dall’insegnante o dal senpai al primo posto a destra sulla fila degli allievi disposti sullo shimoza per il saluto. Potremmo tradurlo come “in piedi” oppure “alzatevi”.

Ai termini sopra riportati, impiegati specificamente nel Dojo, possiamo aggiungerne altri di uso più comune, in ambito conviviale o nei momenti accessori a quelli dedicati al keiko, come accade ad esempio in caso di seminari, stage oppure koshukai. Si tratta quindi di espressioni di fatto non utilizzate nei momenti di pratica ma che può essere utile conoscere per rispondere ad un saluto o unirsi a festeggiamenti e auguri.

Ohayou gozaimasu (おはようございます): Corrisponde al nostro “Buongiorno” e viene utilizzato nella prima parte del mattino. In maniera più informale si può utilizzare anche il solo Ohayou (おはよう).

Konnichiwa (こんにちは): Corrisponde al nostro “Buongiorno” e viene utilizzato nella tarda mattinata e nel pomeriggio.

Konbanwa (こんばんは): Corrisponde al nostro “Buonasera”.

Oyasumi-nasai (おやすみなさい): Corrisponde al nostro “Buonanotte”.  In maniera più informale si può utilizzare anche il solo Oyasumi (おやすみ).

Domo arigato gozaimashita (どうも有り難うございました): è – come abbiamo detto in precedenza – un modo molto formale e cortese di ringraziamento.  In maniera più informale si possono utilizzare anche Domo (どうも), termine che può essere utilizzato anche come saluto; Arigato (有り難う – ありがとう), altrettanto informale; Arigato gozaimashita (有り難うございました – ありがとうございます), un po’ più formale dei precedenti.

Sumimasen (済みません – すみません): Come detto, questo termine è utilizzato per scusarsi di un errore, una incomprensione o in generale per una mancanza. E’ un termine abbastanza educato e può essere utilizzato anche per richiamare l’attenzione di qualcuno o per chiedere permesso se dobbiamo passare in mezzo ad un gruppo di persone.

Do itashimashite (どういたしまして oppure più raramente 如何致しまして): Utilizzato in risposta ad un ringraziamento o ad una richiesta di scuse: possiamo tradurlo come “prego”, “piacere mio”, “di niente”, “non c’è di che”.

Hontoni (本当に ほんとうに): Rafforzativo che può essere aggiunto prima di un ringraziamento. Possiamo tradurlo come “davvero”, “veramente”. Con lo stesso scopo può essere usato makotoni (真に).

Itte kimasu (いってきます). E’ una forma di saluto confidenziale, quando ci si separa da qualcuno per breve tempo. Letteralmente significa “vado e vengo” e si usa – ad esempio – quando si esce di casa. A questa frase di solito si risponde con itte irasshai (いってらっしゃい) che potremmo tradurre come come “vai e ritorna”.

Tadaima (ただいま): Possiamo tradurla come “sono a casa”, utilizzata una volta che siamo tornati da chi avevamo salutato poco prima. E’ la abbreviazione della frase tadaima modorimashita.

Okaerinasai (おかえりなさい) o più brevemente Okaeri (おかえり): E’ un saluto confidenziale che potremmo tradurre come “bentornato” o “benvenuto” e viene utilizzato in risposta al precedente tadaima.

Matane (またね): Forma di saluto impiegata con persone con cui abbiamo confidenza ma che non sappiamo quando rivedremo. Possiamo tradurla come “ci vediamo presto” ed è bene utilizzarla cono con familiari, amici e conoscenti, mentre in contesti più formali è più adatto matakondoonegaishimasu (またこんど おねがいします。).

Sayōnara (さようなら): Forma di saluto impiegata in maniera generica come il nostro “arrivederci” ed è considerata cortese ed abbastanza formale (è utilizzata – ad esempio – dai bambini che la ripetono al loro insegnante alla fine di ogni giornata scolastica). In realtà come significato è più simile al nostro “addio” ma è oramai ampiamente utilizzata – specialmente dai gaijin – ed è bonariamente tollerata dai giapponesi.

Itadakimasu (いただきます): Frase augurale utilizzata all’inizio dei pasti e solitamente tradotta come il nostro “Buon appetito”. In realtà ha un significato più ampio che esprime gratitudine verso chi ci offre il cibo, ma anche verso chi lo ha preparato e – addirittura – verso le piante e gli animali che hanno fornito gli ingredienti utilizzati per preparare le pietanze, motivo per cui sarebbe bene non pronunciarlo se non si ha intenzione di  partecipare al pasto.

Kanpai (乾杯): Formula conviviale beneaugurante utilizzata al momento di un brindisi.

Gochisōsama deshita (ごちそうさまでした): Utilizzato al termine del pasto, potremmo tradurlo come “è stato un pasto delizioso” ed è un ringraziamento rivolto a chi ha preparato e servito il cibo.

Irasshaimase (いらっしゃいませ): E’ la più diffusa forma di saluto utilizzata dai commessi di negozio o dai camerieri nei ristoranti e rivolta ai clienti appena entrati. Possiamo tradurla come “benvenuto”, “come posso aiutarla?”.

Wakarimasu (判ります): Capisco (al presente). Parlando al passato abbiamo wakatta (判った)  che corrisponde al nostro “ho capito” in maniera confidenziale, oppure wakarimashita (判りました) con lo stesso significato in maniera più formale. Abbiamo al contrario wakaranai (判らない) che significa “non capisco” in maniera confidenziale, oppure wakarimasen (判りません) in maniera più formale, che al passato diventano wakaranakatta (判らなかった) in forma confidenziale e wakarimasen deshita (判りませんでした) in maniera più formale.

Otanjoubi omedetou gozaimasu (お誕生日おめでとうございます): E’ un modo di augurare buon compleanno abbastanza formale. Se abbiamo confidenza col festeggiato potremmo togliere la “o” iniziale e il “gozaimasu” finale, dicendo solamente Tanjoubi omedetou, mentre se gli auguri sono rivolti per iscritto, gozaimasu viene lasciato anche quando il destinatario degli auguri è un amico o un parente.

Omedetou gozaimasu (おめでとうございます): E’ un modo abbastanza formale di congratularsi con qualcuno, tanto per un un traguardo professionale raggiunto, che per un successo sportivo o per auguri nei giorni di festa. Se abbiamo confidenza col destinatario dei complimenti, possiamo usare il solo omedetou (おめでとう).

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