Pedagogia e didattica del Takemusu Aikido

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Come sanno bene i praticanti di cultura giapponese, non solo nelle Arti marziali ma anche nei momenti di tutti i giorni possiamo distinguere un aspetto omote ed un aspetto ura.

Il primo è quello evidente, chiaro, lineare, pubblico; l’altro è invece quello discreto, riservato (non nascosto, si badi bene!), spesso privato.

Così, se anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie nel campo della comunicazione e della informatica oggi chiunque di noi ha virtualmente accesso a tutto lo scibile umano (evento impensabile anche solo qualche decennio fa), per una solo apparente beffa del destino, certi insegnamenti rimangono – oggi più di ieri – trasmessi “I shin den shin”, da cuore a cuore e non da bocca a orecchio, restano ancora “ celati tra le foglie”, come nel caso dello Hagakure, destinati a chi ha occhi (non solo fisici…) per leggerli ed orecchie per ascoltarli.

Riportiamo qui di seguito alcune note di didattica e indicazioni per una migliore trasmissione del Takemusu Aikido secondo la pedagogia di Saito Morihiro Sensei, frutto degli appunti presi in occasione di uno special keiko diretto dal M° Paolo Corallini in Reggio Calabria, il 30 maggio 2015. La notazione cronologica è poco più che un vezzo da cronista, poiché gli stessi insegnamenti sono stati frequentemente ripetuti dal Maestro e dai Senpai della Takemusu Aikido Association Italy in occasione di stage e koshukai, e non costituiscono certo nulla di nuovo o originale.

Riteniamo però interessante riportarli qui, certi di non annoiare i più esperti che già li conoscono e li hanno fatti propri e altrettanto sicuri che tanto i mudansha che gli yudansha più giovani ne potranno trarre utili indicazioni per riflettere ed orientare il loro progresso sul tatami.

Molte di queste note (alcune veri e propri kuden) potranno apparire banali e scontate agli occhi di un lettore superficiale; a lui – ma anche a tutti noi – ricordo la preziosa indicazione di Antoine de Saint-Exupéry: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. E’ altrettanto opportuno ribadire che nelle affermazioni che seguono non c’è desiderio alcuno di screditare altri insegnanti, Scuole o Stili, quanto piuttosto evidenziare in maniera chiara (e con legittimo orgoglio) “chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare”.

Terminata questa lunga ma doverosa premessa, lasciamo spazio alle parole del Maestro, con l’augurio che ciascuno ne sappia trarre il frutto migliore.

Pur senza stilare graduatorie o classifiche con altre Scuole o stili di Aikido, è opportuno ricordare ai deshi del Dojo il ruolo che ha avuto il Takemusu Aikido e Saito Morihiro Sensei nella trasmissione degli insegnamenti del Fondatore, seguendo una pedagogia razionale e strettamente aderente a quanto O’Sensei ha elaborato a Iwama.

Utilizzate sempre termini adeguati: il luogo dove si pratica è un “Dojo” anche se è fisicamente ospitato in una palestra, i partecipanti fanno parte di una “Scuola” o di una “Ryu” e non di un semplice corso.

Non mancare di evidenziare periodicamente, sia pure con la opportuna progressione in base all’esperienza dei praticanti, che l’Aikido non ha solo un curriculum tecnico composto da tecniche fisiche, ma ha anche una importante parte spirituale, che va adeguatamente conosciuta ed approfondita per poter sviluppare l’Arte nella sua completezza.

Ricordare la valenza storica dell’Aikido ed il netto e fondamentale cambiamento apportato dal Fondatore nella mentalità del Budo giapponese, ricordando anche che Ueshiba Morihei è stato uno dei pochissimi ad essere insignito dall’Imperatore nipponico del titolo di “Tesoro vivente”.

Far rispettare a tutti, dal principiante all’esperto, le regole di etichetta del Dojo, dalle basilari regole di pulizia ed igiene personale al “reigi” del saluto e della pratica.

All’interno del Dojo, e soprattutto durante la pratica, utilizzare i termini giapponesi che identificano le tecniche e gli altri aspetti didattici della pratica, ricordandone periodicamente significato ed etimologia.

Ogni lezione deve essere preceduta da un opportuno “Aiki Taiso” al fine di limitare la possibilità di infortuni e predisporre al meglio i praticanti ad un proficuo allenamento. Solitamente la sessione di Aiki Taiso è diretta da un Senpai; in una classe di principianti, dove nessuno abbia ancora sufficiente esperienza, è lo stesso insegnante che ne cura lo svolgimento prima di dare formalmente inizio alla lezione.

Una volta cominciata la lezione, l’insegnante deve prestare la massima attenzione a far rispettare alcune peculiarità della pratica, ribadendone l’importanza ai fini di una corretta esecuzione delle tecniche, tra queste ricordiamo quelle di seguito riassunte.

Tra i praticanti ci deve sempre essere la distanza corretta (ma-ai) in base alla tecnica da eseguire, sia che si tratti di tai jutsu che di buki waza. La tecnica deve cominciare quando i partner sono alla giusta distanza tra loro, senza che vi siano adattamenti successivi.

E’ sempre Tori che prende l’iniziativa, come esplicitamente evidenziato da Fondatore nei suoi due libri. Chiarire sempre che quello di Tori non è un attacco o una aggressione ma una azione che interrompe l’intenzione offensiva di Uke.

I praticanti devono essere sempre in hamni. Evidenziare che con hamni non si intende solo la posizione a triangolo dei piedi ma tutta la postura defilata del corpo.

Durante la pratica evidenziare le differenze tra Kihon e Ki-no-nagare, spiegando e facendo rispettare le differenti modalità di esecuzione.

Durante la pratica usare sempre il Kiai opportuno. Evidenziare anche l’importanza della tonalità (ascendente o discendente a seconda della tecnica in esecuzione) e che non va interrotto bruscamente ma lasciato “sfumare” in armonia con lo zanshin fisico ed emotivo.

Evidenziare l’importanza degli atemi, non come mera percossa per ledere fisicamente l’avversario ma come mezzo per interrompere la sua azione e squilibrarlo fisicamente ed emotivamente.

La esecuzione delle tecniche deve essere improntata alla economia di movimento; non bisogna fare né di più né di meno di quanto necessario.

Evidenziare l’importanza di un corretto atteggiamento fisico ed emotivo, ribadendo la necessità di un adeguato “metsuke” (penetrare con lo sguardo”), “seme” (“sguardo serio, minaccioso, concentrato”), “zanshin” (stabilità e presenza nel qui ed ora), “tsura kamae” (mimica del volto, letteralmente “postura dello sguardo”).

Ribadire l’importanza e far sempre rispettare i due secondi di pausa dopo ogni tecnica o tra un passaggio e l’altro delle buki waza, dove previsto.

Impostare ogni lezione secondo un programma logico e lineare. Non mettere insieme tecniche a casaccio ma impostare la pratica o sullo studio di un principio (esempio, applicazione di iriminage su diversi attacchi) o sullo studio delle risposte ad uno specifico attacco (esempio, varie tecniche che si possono applicare su un attacco yokomenuchi).

Gestire opportunamente il tempo a disposizione e terminare sempre il programma di studio previsto, se necessario prolungando la lezione di qualche minuto.

Ricordare sempre che si spiega a parole e si insegna con l’atteggiamento, percui chi dirige la pratica deve fare sempre tanto quanto – se non di più – di quello che chiede agli allievi.

Articolo a cura del M° Carlo Caprino

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